Favole antiche da raccontare oggi

layla wa majnun

Celebri quanto Romeo e Giulietta, emblematici quanto i nostri Paolo e Francesca, Layla e Majnun ( il pazzo)  sono quelli che la letteratura araba tradizionale considera come i simboli dell”amore contrastato, del dramma, della follia.

la leggenda si basa sulla storia vera del giovane Qays ibn al Mulawwah risalente all’epoca omayyade nella suggestiva cornice della penisola araba.

Qays ibn al-Mulawwah, già poeta beduino, s’innamorò di Layla bint Mahdi ibn Saʿd, giovane fanciulla appartenente alla sua stessa tribù. l’amore del giovane e le sue doti poetiche lo spinsero a comporre splendidi poemi nei quali cantava il suo amore per Layla, talvolta menzionandone il nome. Quando chiese la mano della sua amata, il padre della fanciulla si oppose urlando allo scandalo che ne sarebbe derivato nella tribù. persuaso che il prezzo di questo scandalo sarebbe stato pagato dalla ragazza, egli rinunciò all’idea in nome del suo puro amore. Poco dopo, lei sposò un altro. Quando Qays seppe del matrimonio, lasciò l’accampamento della tribù e cominciò a vagare nel deserto, lasciando la sua famiglia in preda ad una disperazione profonda. a questo lungo periodo di migrazioni solitarie sono riconducibili versi incantevoli, frutto di errabonde meditazioni; talvolta fu sorpreso a scrivere sulla sabbia con un bastone.Layla, nel frattempo, si trasferì con il marito in quello che oggi è l’Iraq. sopraggiunta una malattia incurabile, morì. Qays fu trovato morto di lì a poco nel deserto, vicino alla tomba di una donna sconosciuta sulla cui lapide aveva inciso dei versi, gli ultimi tre scritti da lui per l’amata.

il periodo che va dalla partenza di Qays dall’accampamento alla sua morte è quel periodo di follia amorosa che, però rese la produzione poetica molto proficua, nonché di una bellezza inconfondibile.

“pietà per me! io brucio, affranto e tormentato, le viscere in fuoco, il cuore triste e dolente!”

la favola antica, raccontata da Nezami nel 1188 in un romanzo in versi pubblicato da Adelphi, è stata, oggi, trasformata magistralmente in musica e parole dai Radiodervish. il gruppo pugliese ha riadattato su splendide note i versi del poeta sufi Attar, autore di un’altra delle numerose versioni esistenti della storia. la canzone è contenuta nell’album In search of Simurgh ed è cantata completamente in arabo dal cantante Nabil Salameh

lo scopo di questo post, un po’ musicale, un po’ romantico e sognatore, un po’ letterario, non ha certo lo scopo d’istruire qualcuno, certo che no! oggi esiste wikipedia per cercare qualsiasi notizia di cui si necessiti e per soddisfare le curiosità del più avido ed insaziabile lettore. tutt’altro, come ogni mio intervento, voglio suggerire, anche con questa storia dall’aspetto arcaico, uno spunto di riflessione. questa leggenda potrà sembrare fuori dal tempo, fuori dallo spazio… anacronistica nella sua veste romanzata da mille e una notte. a qualcuno sembrerà una romanticheria al femminile priva della benchè minima aderenza con la realtà e con la modernità, ahimé concetti ben diversi tra loro. io credo, invece, che si debba attingere a queste storie, vere o inventate che siano, per dar vita ad una riscoperta dei sentimenti puri, degli affetti, del rispetto e dell’amore di cui non si può fare a meno in un mondo che combatte ancora guerre di territori e di religione. un mondo in cui si uccidono le donne, mogli e madri dei propri figli, per vendetta o per gelosia. il femminicidio è oggi una delle piaghe silenti della realtà quotidiana, purtroppo.

come scrive Ozpetek nel suo romanzo Rosso Istanbul, “niente è più importante dell’amore!” quale spunto migliore, dunque, per tornare ad amare, nel suo senso più stretto e originale del termine, se non una favola antica come quella di Layla e del suo amato, pazzo di lei!

ho attinto alcune delle notizie riportate dal blog NUNZY CONTI IL CUI LINK è http://nunzyconti.wordpress.com/2008/08/13/majnun-e-layla/

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2 pensieri su “Favole antiche da raccontare oggi

  1. La conoscenza di queste storie, fossero anche totalmente inventate, fa capire che tutta questa diversità tra i popoli veramente non esiste. Possono essere diversi gli Stati, le religioni, i caratteri somatici, i linguaggi e quant’altro di esteriore o di costruito, ma la gente, tutta, vive, ama, muore, sorride, canta, piange, ascolta, parla, racconta. Non esiste un sorriso occidentale, orientale, arabo, cattolico, protestante, un sorriso è un sorriso, in qualunque parte del modo non lo devi tradurre, è ovunque il simbolo dell’accoglienza, dell’amicizia, Le storie, poi, non sono mai banali, sciocche, insignificanti e vale sempre la pena di raccontarle anche se non c’è nessuno ad ascoltarle perché può darsi che siano importanti per chi le racconta. Una storia non raccontata è una passione non vissuta, un’emozione non provata, una canzone senza musica.
    Il pezzo musicale che ha preceduto questo articolo mi è piaciuto ed è una ulteriore testimonianza dell’universalità del linguaggio della musica. Le sonorità, quelle degli strumenti, come quelle delle voci, ti catturano sempre. La musica non la devi tradurre, capire, commentare e nemmeno ascoltare: la devi sentire, nell’anima, nella mente, nel corpo ed assecondarla, seguirla, fino a possederla. La musica, la letteratura, la cultura, la conoscenza, le arti in genere educano i popoli al gusto del bello e sono, quindi, l’unico rimedio contro tutte le forme di violenza.
    Tutto queste sensazioni, come “le storie fuori dal tempo, fuori dallo spazio, anacronistiche o irreali” nessun “wikipedia” potrà mai sentirle o raccontarle.

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